Token e bitcoin: due facce della stessa moneta.

Con la rapida crescita del commercio elettronico ispirata dalla forte digitalizzazione delle nostre vite, abbiamo incominciato a usare le transazioni elettroniche in maniera più importante rispetto al passato. Sono venute alla ribalta due parole nuove: token e tokenizzazione.

Tutta questione di sicurezza

Il 22 luglio 2020 la Visa, una dei colossi delle carte di credito, ha annunciato il rilascio di un miliardo di Visa Token Service per aumentare la sicurezza digitale dei pagamenti effettuati sul suo circuito. Tutto bello, se non fosse che la parola token è sconosciuta ai più. AU è andato a scoprire di cosa di tratta. Alcuni lettori di AU sicuramente sanno già il significato di questa parola perché hanno avuto tra le mani la chiavetta generatrice di codici casuali per la sicurezza dei conti online e per effettuare operazioni di banking sul proprio conto di più di qualche istituto. Ecco, quello, quella chiavetta, è un token fisico. Il concetto è che quegli aggeggi generano un codice casuale, una specie di chiave digitale per aprire la schermata di amministrazione del conto. I codici causali li genera allo stesso modo nello stesso momento il server della banca che, alla nostra digitazione corretta, li riconosce e apre la porta della filiale “online” del nostro istituto di credito.

Dal token alla tokenizzazione

Il token, letteralmente gettone, ha tuttavia una sua versione digitale che si appoggia sulla blockchain e che viene resa sicura e praticamente non rubabile dal fatto che è un codice casuale. Con questo criterio il token può rappresentare un valore che esprime in maniera univoca e protetta la frazione di un diritto o di un bene. Proviamo a banalizzare. Il token può anche rappresentare, col suo codice digitale, una frazione della proprietà di un palazzo. La tokenizzazione è quel possesso di frazionamento univoco e riconoscibile della proprietà di quell’edificio o di mille altri tipi di beni o diritti. Se uno compra un token che reca una frazione della proprietà di quel bene come di mille altri, compra una finestra di quella palazzina… Questo procedimento è ben spiegato dall’articolo apparso a metà 2019 su Medium a firma dell’avvocato Raffaella Aghemo intitolato “Blockchain, Token e tokenizzazione”.

Liquefazione di un bene

La tokenizzazione di un bene, quindi, è la sua liquefazione frazioni per facilitarne il possesso e la costruzione di ricchezza sullo stesso. Se è possibile dirlo, è una sorta di proprietà o possesso digitale che mette a frutto il bene tokenizzato dividendone in moltissimi gettoni il diritto che da esso consegue. Appare giusto, quindi, dire che è un nuovo sistema economico digitale che aiuta la circolazione sicura della ricchezza, dei diritti e degli accessori dell’economia velocizzando la circolarità dei circuiti economici.

Ritornando alla carta di credito.

Il Visa Token Service funziona così. Intanto è una modalità di pagamento che deve essere associata alla carta, al telefono o allo smartwatch. Quel dispositivo emette quindi la richiesta di pagamento a Visa e la Visa fa la richiesta del valore alla banca del cliente. Ricevuto l’assenso al pagamento dalla banca del cliente, la Visa non emette un’autorizzazione al credito, ma un token (alla fine una criptovaluta, visto che i token possono essere anche di pagamento) la sostituisce il numero dell’account del cliente creando un codice casuale che si riferisce al valore preciso di quella transazione con tutti i dati a essa legati (compresi quelli della persona).

Ecco il procedimento. Se clicchi sopra andrai a vedere il documento intero di Visa.

Insomma, il Visa Token Service sostituisce al pagamento riferito alla carta di credito un pagamento effettuato da un token dal codice unico, irripetibile e cifrato, il quale nasconde i dati sensibili del cliente stesso, mettendoli al riparo da clonazioni e furti. Il futuro della moneta, tra blockchain e token, si gioca su questo campo. In attesa di veder comparire Lybra, la moneta di Facebook. Sempre che arrivi…

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