Media

Il mondo dei media sta morendo, travolto dalla crisi economica e di identità. Bisogna rifondarlo e bisogna fare in fretta.

Il mondo dei media è stato spiazzato e forse spazzato via dalla pandemia e dai conflitti, altrettanto pandemici, riguardanti il razzismo. Il resto della distruzione dei media l’ha portato la crisi economica che ha mandato a carte 48 i modelli di creazione del valore e della ricchezza di molte aziende, mettendo in croce e alla porta migliaia di giornalisti, categoria in crisi profondissima. A questo panorama disastrato hanno fatto da cassa di risonanza dell’onda di terremoto anche le relazioni tra l’amministrazione Trump e i social network. Ecco come è andata.

La guerra social vs Donald

Tutto è nato dalla moderazione ai tweet violenti di re Donald operata da parte di Twitter. Apriti cielo, la cosa ha scatenato una reazione violenta dell’inquilino della Casa Bianca. A colpi di maggioranza ha messo le mani a un testo di legge che intende correggere la cosa modo suo. La violazione dei termini di uso sancita dal social dell’uccellino è arrivata martedì 26 maggio 2020 e già il giorno dopo Mister President ha messo le mani al testo che metteva il bavaglio ai social e rivedeva in modo estremamente pericoloso la Sezione 230 del Communication Decency Act che, dal 1996, regola le pubblicazioni sui social negli Stati Uniti.

Con quel testo Trump ha messo nel mirino le tech company, ma ha anche completamente rivisto il rapporto tra il cittadino, le autorità e i media. Scomposte le reazioni: Twitter ha continuato imperterrita, Snapchat si è associata, il fuoriclasse della combriccola, Mark Zuckerberg ci ha subito tenuto a precisare che lui non farà intervenire Facebook nella disputa, restando immobile. Uno splendido riassunto si può trovare su Business Insider.

Trump is going to war with social media companies like Facebook and Twitter. Here’s everything that’s happened so far.

President Donald Trump is calling for the repeal of a law that enables social media companies to maintain open forums without being held legally responsible for users’ posts. Trump signed an executive order on Wednesday cracking down on the law, Section 230 of the Communications Decency Act, after Twitter added fact-checking labels to Trump’s tweets that contained false information and violated Twitter’s terms of service.

Il razzismo, poco dopo.

La morte di George Floyd ha poi scatenato la bomba incendiaria del razzismo, aumentando la lontananza dei media dalla relazione con il cittadino. Perché? Semplice: abbiamo saputo di più dai Tweet e dai video di Facebook che dalle colonne dei siti. La nostra dieta di informazioni, raffinata con il lockdown, è diventata molto più efficiente di qualsiasi sito di informazione. Abbiamo visto tutto, prima che ce lo raccontassimo i giornali. Trump ha ripreso la sua marcia di propaganda e ha ulteriormente serrato le fila contro media e social, arrivando a un’iconografia da dittatore dello stato libero di Bananas. Bibbia in mano, ha ribadito tutta la sua ideologia fascista e suprematista, come spiega bene il New Yorker.

In questa guerra senza quartiere, che riguarda tutti, il ruolo dei media è stato sorpassato da quello delle aziende. Aziende come Twitter e Snapchat, infatti, si sono trovate al centro del mirino dei metaforici mitragliatori dell’amministrazione Trump che, statement dopo statement, faceva salire la tensione negli Stati Uniti e oltre a colpi di dio, patria e famiglia contro i “terroristi” (letterale) colpevoli di manifestare e protestate per i diritti delle persone di colore. Altre aziende si sono schierate in prima linea, dando un altro bel colpo ai media spettatori quasi silenziosi, intenti a tradire il loro ruolo di guardiani della democrazia e dei diritti. Insomma, in questi giorni così tesi un contenuto dei social di una Nike qualunque, una campagna come il #Blackouttuesday, hanno avuto un peso ben più alto di inchieste e contro inchieste.

E in Italia?

Il mondo dei media in Italia ha dato pochissimi colpi di coda per dare forza alla propria posizione. Conosco bene la situazione del mercato di editori e giornalisti. Posso riferire di una crisi endemica, aumentata dalla mancanza di strategia del cambiamento e di cultura per una nuova era dei media e del loro rapporto con lettori e cittadini. Tuttavia si è visto di peggio. Nella seconda parte di maggio il presidente Conte ha discusso del prestito richiesto da FCA per 6,3 miliardi. La Fiat, la cui capogruppo ha sede in Olanda, ha poi scatenato il suo nuovo gioiello di casa, il quotidiano La Repubblica, per giustificare, con un commento di Francesco Manacorda, quello che veniva intitolato dal quotidiano del 17 maggio 2020 una “Formula innovativa. Un modello per tutta l’economia”. Si è scatenata una furibonda battaglia tra il neo direttore Molinari e la rappresentanza sindacale del giornale conclusasi qualche giorno dopo così:

Repubblica, caso Fca: scontro con Molinari rimandato, il cdr si dimette

L’assemblea di Repubblica si avvicina allo scontro con Maurizio Molinari, ma poi lo evita. Il 17 maggio il nuovo direttore si è rifiutato di pubblicare un comunicato del cdr critico su come il giornale ha trattato il caso del prestito di 6,3 miliardi alla Fca e il cdr ha minacciato le dimissioni.

Niente di nuovo sotto il sole, ma c’è la soluzione

Una situazione incresciosa che ha messo il quotidiano La Repubblica sotto la lente di ingrandimento per questo suo manifesto asservimento al suo editore, in una cronaca di una morte annunciata delle briciole di credibilità che avevano i media italiani fino a quel momento. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, ma solo un caso macro di un mondo che vede queste cose, vale a dire l’asservimento dei media alle volontà di chi paga gli stipendi, come un meccanismo ormai entrato nell’abitudine.

La morte dei media è stata definita solo dalla macroscopicità del caso Repubblica, anche se la cosa era nota. In tutto questo si può e si deve pensare a un nuovo paradigma di costruzione del rapporto tra lettori e notizia con l’intercessione di editori e giornalisti. Altrimenti d lettori faranno a meno, definitivamente, dei media. Diventando giornalisti o editori delle loro storie. La soluzione la indica il Giornalismo Costruttivo, le cui fondamenta sono state tirate su in Italia da Silvio Malvolti. Potete trovare informazioni sul sito di riferimento dell’associazione, ma potete ancone sentire la voce di Silvio nella diciottesima puntata del podcast di Algoritmo Umano.

Ascolta “Episodio 18 – Algoritmo Umano: ai media è successo qualcosa di brutto” su Spreaker.

Il paese dei buoni e dei cattivi.

In Italia abbiamo appena vissuto il primo 2 giugno nel quale movimenti reazionari e fascisti hanno preso la piazza più delle commemorazioni della nascita della Repubblica Italiana. Nella puntata del podcast abbiamo parlato di futuro dei media anche con la giornalista e scrittrice Federica Sgaggio che, meglio di chiunque altro, ha descritto il loop in cui sono avviluppati i media che hanno completamente abdicato all’obiettività per ingrassare le comunità di riferimento con contenuti autoreferenziali e faziosi. Anche lei, autrice del libro “Il Paese dei buoni e dei cattivi”, per Minimum Fax, ha commentato questa morte del mondo dei media. Speriamo che ci sia la resurrezione, perché dei media abbiamo un folle bisogno. Ora più che mai.

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Francesco Facchini

Sono il papà di Davide, un giornalista, un mobile content creator, un progettista di nuove comunicazioni e nuovi media, un digitalizzatore delle vite altrui

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